I

Il 6 e 7 dicembre scorsi, presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (AR), si è svolto un simposio scientifico dal titolo “Dialoghi intorno all’autobiografia”: oltre alla presenza delle diverse realtà che da anni si occupano di pratiche autobiografiche (formatori, volontari della narrazione, studiosi, consulenti in autobiografia, operatori culturali), l’incontro ha avuto un ospite d’eccezione come  il professor Philippe Forest dell’Università di Nantes, scrittore e studioso di letterature autobiografiche, da lui definite “scritture dell’io” di realtà oppure sotto forma di “autofiction”.

Il dibattito è stato aperto da Duccio Demetrio, fondatore e direttore della LUA, che ha invitato a riflettere sulle ragioni per le quali oggi sempre più persone si avvicinano alla scrittura di sé, individuando sette possibili risposte e con esse sette possibili tipologie di “autobiografi”. La prima categoria, tra le più diffuse, è quella di chi scrive per autocompiacimento narcisistico, cioè per mostrare a tutti che ha avuto una vita piena di eventi notevoli e di successo. In questi casi la memoria finisce inevitabilmente per essere alterata e manipolata, e difficilmente la scrittura riuscirà a raggiungere il lettore con un messaggio spontaneo e autentico.

La motivazione opposta, invece, è quella di chi scrive per un bisogno naturale e istintivo, nel quale, per dirla con Demetrio,  “ragione e affettività si intrecciano senza posa, offrendosi alla penna in modo gratuito e imprevedibile”. Qui si presuppone una grande forma di coraggio: affrontare fatti dolorosi della propria vita con onestà, ripercorrendone la sofferenza senza scorciatoie e senza sconti, in chiave catartica e pacificatrice.

Poi ci sono persone che scrivono per il piacere di instaurare un dialogo autoeducativo e autoanalitico con se stesse: in questo caso mettere sulla carta le esperienze vissute diventa l’occasione per indagare su di sé, esercitando le funzioni del pensiero, della riflessione e della coscienza, in un dialogo  interiore intimo, serrato e spesso “diaristico”.

E ancora, c’è chi scopre quanto la scrittura abbia una valenza lenitiva e curante, quasi “terapeutica” per utilizzare un aggettivo fin troppo abusato . La memoria ci conduce per mano fino alla fonte più profonda dei nostri errori, delle nostre mancanze, delle offese arrecate o ricevute, dei sensi di colpa. E il coraggio di “sfidare” ricordi inconfessabili ci porta in dono la possibilità di rinascere davvero a nuova vita

Le parole possono anche rappresentare un potentissimo strumento di emencipazione e di “elevazione” da situazioni di indigenza, di inferiorità, di difficoltà materiali o culturali. Ricordare significa allora aprire una porta  sul proprio destino, prima per accettarlo e poi per riscattarsene co consapevolezza e coraggio.

Alcune scritture sono invece caratterizzate da una forte tensione filosofica, che spinge chi scrive a confrontarsi in maniera onesta e spietata con i grandi temi che da sempre caratterizzano l’avventura umana dell’esistere: chi siamo stati? Chi siamo? Chi potremo ancora essere? In che modo possiamo realizzare questa aspirazione? Il viaggio assumerà allora un carattere etico, restrospettivo e introspettivo al tempo stesso, e non potrà non sollevare echi profondi in chi avrà la fortuna di seguire il suo percorso.

Infine, c’è chi sceglie di andare oltre la propria esperienza personale, mettendosi al servizio delle vite degli altri:: di chi, per i motivi più diversi, non ha il tempo, la possibilità o la capacità di scrivere la propria storia, salvandola dall’oblio e consegnandola al più vasto orizzonte della memoria collettiva. Rispetto per l’essere umano, amicizia, solidarietà e compassione sono i valori che spingono questo genere di “biografi” a farsi interpreti e portavoce di chi non ha le parole per dirlo.

 

Menu