Il prestigioso quotidiano britannico The Guardian ha recentemente stilato un’interessante classifica: i migliori cento libri del XXI secolo, tra i quali – notizia nella notizia – ne figurano due di autori italiani. Partiamo da qui: i due fortunati sono la misteriosa Elena Ferrante con il romanzo “L’amica geniale” (uscito nel 2011 per le Edizioni E/O), che si piazza addirittura all’undicesimo posto e che viene definito “Powerfully intimate and unashamedly domestic”. A proposito dell’autrice, infuria ancora ancora la polemica sulla sua vera identità e su quella dei possibili ghost writer: da Marcella Marmo, docente presso l’Università di Napoli, agli scrittori Goffredo Fofi e Domenico Starnone. Ma sembra che lo sguardo del pubblico sia adesso concentrato sulla moglie di quest’ultimo, Anita Raja, che potrebbe corrispondere al profilo tanto ricercato.

L’altra sorpresa è rappresentata dal fisico Carlo Novelli, che si aggiudica la sessantaseiesima posizione con il saggio “Sette brevi lezioni di fisica”, pubblicato da Adelphi nel 2014.

Mentre il primo narra il rapporto speciale che lega Lenù e Lila, cresciute nello stesso quartiere alla periferia di Napoli, e che malgrado periodi di separazione e allontanamento è destinato a durare nel tempo, il secondo offre, in meno di 100 pagine, una panoramica delle più grandi questioni sull’universo, spiegate attraverso acute intuizioni e suggestive metafore. Relatività, meccanica dei quanti, particelle elementari ed entropia sono alcuni degli argomenti presi in esame dal fisico e scrittore veronese in questo libro, che è stato tradotto in oltre quaranta lingue vendendo più di un milione di copie.

Soffermiamoci adesso sulla prima gloriosa decina, che si apre con “Metà di un sole giallo” (Einaudi 2008) di Chimamanda Ngozi Adichie, un’autrice nigeriana che in quest’opera commovente ed evocativa intreccia le vicende dei suoi personaggi con gli eventi drammatici legati alla guerra del Biafra. Segue David Mitchell, che per il suo “L’atlante delle nuvole” (Frassinelli 2005) inventa una struttura geniale, formata da sei storie diverse per stile e ambientazione: le prime cinque si interrompono a metà, la sesta e centrale è narrata per intero. Da qui le storie lasciate in sospeso riprendono in ordine inverso, fino a concludersi con quella che apriva il volume.

All’ottavo posto troviamo Ali Smith con “Autunno” (Edizioni SUR 2018), che è stato definito “il primo romanzo post-Brexit”: in realtà è molto di più, la storia del rapporto che lega un uomo maturo a una ragazza più giovane, che da lui impara la passione per l’arte, la letteratura e i viaggi. Al settimo lo scrittore e giornalista americano Ta-Nehisi Coates, che in “Tra me e il mondo” scrive un’immaginaria lettera al figlio su cosa significhi essere nero oggi e sulla profondità e complessità che il tema del razzismo ha raggiunto negli ultimi anni.

“Il cannocchiale d’ambra” di Philip Pulmann (Salani 2000) è invece un’entusiasmante fiaba sulla religione, sul libero arbitrio e sul diritto dell’uomo di imparare, ribellarsi e crescere, simboleggiati dalla lotta di Lord Asriel contro l’Autorità e dal viaggio di Lyra e Will nella Terra dei Morti. Di tutt’altro tenore “Austerlitz” di WG Sebald (Adelphi 2001), scrittore e saggista tedesco considerato tra i più grandi del nostro tempo, che traccia un ritratto memorabile del protagonista del romanzo e della sua angosciante ricerca della propria identità.

Al quarto posto troviamo lo scrittore anglo-giapponese Kazuo Ishiguro con “Non lasciarmi” (Einaudi 2006), le cui inquietanti vicende, ambientate in un presente alternativo e distopico, vengono narrate dalla protagonista Kathy sotto forma di flashback. Il romanzo è stato giudicato il migliore del 2005 e inserito dal Time nella lista dei migliori pubblicati in lingua inglese tra il 1923 e il 2005. Al terzo abbiamo invece Svetlana Alexievich, giornalista e scrittrice bielorussa insignita del Premio Nobel per la Letteratura nel 2015. Il suo saggio “Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo” (Bompiani 2018) è un racconto corale, dolente e offeso, dei traumi seguiti alla fine del regime totalitario che avrebbe dovuto traghettare l’Unione Sovietica verso il benessere e il libero mercato, e delle violenze reali e psicologiche subite da una popolazione che si sente beffata e umiliata.

Ed eccoci arrivati ai due gradini più alti del podio, che guarda caso sono occupati da due donne: al secondo c’è l’americana Marilynne Robinson con “Gilead” (Einaudi 2008), un romanzo che è soprattutto una profonda riflessione filosofica sotto forma di lettere che il vecchio reverendo John Ames, in punto di morte, scrive al figlio che non vedrà mai crescere. Un libro sull’eredità che ciascuno di noi lascia dopo di sé, e un inno all’eccezionale, effimera bellezza che è presente nella vita di tutti i giorni. Come dice Ames in conclusione, “Ci sono migliaia e migliaia di motivi per vivere questa vita, ognuno dei quali è sufficiente.”

Al primo posto troviamo invece l’inglese Hilary Mantel con il romanzo storico “Wolf Hall” (Fazi 2011), un resoconto inventato della rapidissima ascesa al potere di Thomas Cromwell durante il regno di Enrico VIII di Inghilterra, e con essa della nascita di un Paese diverso e di un nuovo tipo di individuo. Al di là della trama, senza dubbio avvincente, il Guardian esalta l’intensità e la sensuale immediatezza dei dettagli, la freschezza di un linguaggio che ricorda le pennellate di un pittore e la potenza data dalla scelta di una narrazione al tempo presente.

Per chi fosse curioso di vedere la classifica completa, questo è il link: https://www.theguardian.com/books/2019/sep/21/best-books-of-the-21st-century.

 

 

 

 

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