Sabato e domenica sono stata a Torino, per il penultimo incontro del corso di scrittura organizzato dalla Scuola Holden: un posto magico, in effetti, dove si respira aria di cultura in ogni stanza, in ogni angolo. I muri sono ricoperti dalle citazioni di grandi autori, il menu del bar non riporta piatti ma titoli di libri. E le persone discutono di letteratura, cinema, serie TV. Di storie, insomma, nel senso più ampio e nobile del termine.

Questa volta il compito consisteva nello scrivere un breve racconto di circa tre pagine, e poi leggerlo in classe davanti ai compagni: nel mio caso, dodici donne e due uomini. Lasciamo perdere la qualità degli scritti, non era questo il punto: il punto era tirare fuori qualcosa di proprio e poi condividerlo con gli altri. Parole che inevitabilmente, per quanto a prima vista possano sembrare leggere o addirittura superficiali, finiscono sempre per toccare corde profonde, territori inesplorati. E raccontare qualcosa di noi. 

E’ stato faticosissimo ed entusiasmante. Ascoltare le storie degli altri e raccontare la propria vuol dire spogliarsi, mettersi in gioco, abbandonando filtri e convenzioni. Vuol dire ridimensionarsi, accettare la propria ineluttabile imperfezione. Ma anche scoprire, con un misto di gioia e terrore, che va bene così, che quella strana, unica combinazione di caratteristiche ci definisce come persone, anche agli occhi degli altri.

Siamo usciti tutti un po’ diversi, stanchi ma vicini. Ognuno è riuscito a gettare uno sguardo sull’altro, e contemporaneamente ha lasciato intravedere qualcosa di se stesso. Adesso devo lasciare che queste emozioni decantino un po’, per ritrovare la giusta distanza e far sì che nuove parole prendano vita dentro di me. Perché la prossima storia è già lì, che aspetta.

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