“Merde!”, sembra che abbiano esclamato all’unisono i tennisti francesi Brugnon e Cochet nei corridoi del Roland Garros, subito dopo aver perso una finale di doppio contro Lacoste e Borotra negli anni Venti del secolo scorso. A proposito di grandi eroi del tennis che fu, Adelphi ha appena pubblicato Vite brevi di tennisti eminenti, scritto da Matteo Codignola.

Il libro prende spunto da una serie di foto d’agenzia degli anni Cinquanta, trovate per caso nella valigia di un collezionista, che narrano di uno sport molto diverso da quello spettacolare e sovraesposto al quale siamo abituati oggi: un tennis più libero e per certi versi naif, nel quale ogni giocatore aveva ancora spazio per esprimere la propria individualità.

Come il grande Nicola Pietrangeli, che nel 1970 perse rocambolescamente una finale degli Assoluti contro un giovanissimo Panatta, dopo essere stato in vantaggio per 4 a 1 nell’ultimo set: uno degli incontri più appassionanti di sempre, di quelli per intenderci sulla scia di Connors-Borg, Smith-Nastase o Federer-Nadal.

O come il meno noto barone Gottfried von Cramm, che una battuta crudele definì “il più forte giocatore a non avere mai vinto Wimbledon” e che subì il divieto di partecipare proprio al torneo più famoso del mondo nel 1939, il carcere per omosessualità, il fronte russo e una difficile convalescenza per congelamento. O ancora come Maureen Connolly, detta “Little Mo”, che a diciotto anni aveva già vinto tutti e quattro i tornei dello Slam.

Una serie di ritratti inediti e originali, che restituiscono gesti di bellezza estetica, di leggerezza e di felicità, da contrapporre alle immagini spesso troppo tese e drammatiche del tennis moderno. Tempi in cui il senso dell’umorismo era ancora vivo, come dimostra la risposta di Ilie Nastase a uno spettatore che durante un incontro lo aveva esortato a “smettere di fare del cinema”: “Ah non, monsieur, je vous en prie. Je vous en prie”, pausa e un acceno di inchino, “Je fais du theâtre”…

 

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